All’occasione

Si parla di questa montesca esperienza governativa come di un’occasione irripetibile per l’Italia. Un momento che non si ripeterà, con condizioni e convergenze eccezionali da sfruttare per fare il più possibile: i tecnici al governo spremano questo istante fatato per portare a casa tutte quelle riforme che la politica non è riuscita a compiere.

Al gran bazar Italia tutti, giornalisti, cittadini, addirittura i politici stessi sono d’accordo su questo. Ma questa politica dell’occasione è nientemeno che desolante: è anche la politica dell’oblio e la politica dell’incertezza, del non stabilire chi ha avuto le colpe per la demenza governativa del passato e dunque chi deve essere additato di fronte agli italiani come incapace e immeritevole di governare nuovamente. E invece no, da buoni guardoni mediatici ci facciamo suggestionare, nuovamente, dall’eccezionale. E se questo governo sfrutterà il momento, che succederà dopo? Attenderemo iniqui un’altra occasione, sempre che ricapiti.

Dall’accettazione prona all’occasionale e virilissimo carpe diem, ecco la ricetta all’italiana della politica un po’ sessuologica. Che se c’è l’occasione, a una sveltina non si rinuncia. E forse forse non è neanche tradimento se non la vai a cercare.

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In attesa di Giustizia

di Giacomo Verruti

Via libera in Consiglio dei ministri per il primo pacchetto svuotacarceri imbastito dalla neoguardasigilli Paola Severino. Causa bagarre parlamentare sull’approvazione definitiva della manovra economica, nella giornata di ieri la notizia è passata quasi inosservata; quasi, perché il dibattito è già cominciato e si prevede infiammerà le prossime settimane.

Si tratta di una serie di misure per alleviare lo stato di forte criticità negli istituti penitenziari; a fronte di una capacità stimata in 45.500 posti, i detenuti oggi incarcerati superano i 67 mila. Una situazione drammatica che negli ultimi anni ha portato non solo a un aumento crescente dei suicidi e delle rivolte da parte dei detenuti, ma anche a intollerabili regimi lavorativi per la polizia penitenziaria. È una condizione che, globalmente, grida vendetta e ha dei responsabili ben precisi e facili da individuare: la Lega Nord in toto e Gianfranco Fini e Alleanza Nazionale. L’introduzione del reato di clandestinità, voluto dal Carroccio è un abominio indegno di qualsiasi paese civilizzato (non a caso la Corte di giustizia europea ne ha disposto la cancellazione); provvedere all’arresto di una persona per il solo fatto di essere migrante ha avuto due effetti altamente perniciosi sulla società. Il primo è stato il già citato sovraffollamento delle carceri, il secondo è più strisciante. L’associazione istantanea, proposta nel lessico leghista, tra ʹimmigratoʹ e ʹdelinquenteʹ ha avuto ripercussioni devastanti sulla creazione di un clima di paura e odio verso gli stranieri. A ciò è dovuta la crescita esponenziale del consenso leghista nelle regioni del centro-Italia, prima storicamente precluse alla penetrazione “padana”. La propaganda tambureggiante dei bifolchi padani è penetrata surrettiziamente più di quanto non si possa immaginare nel sentire comune; i fatti degli ultimi giorni (l’uccisione di due senegalesi a Firenze e il rogo del campo nomadi a Torino) ne danno smaccata conferma.

La seconda palese ignominia fu l’inasprimento delle sanzioni penali per i reati di droga e la contemporanea cancellazione della distinzione tra droghe leggere e pesanti, nonché l’abbassamento del quantitativo tollerato per uso personale. Ciò ha portato e porta, potenzialmente e non, all’arresto di un numero elevatissimo di persone per il solo possesso di minime quantità di cannabis. Senza addentrarsi sullo spinoso dibattito in merito alla liberalizzazione delle droghe leggere, è comunque un’evidenza palmare il fatto che qualsiasi tossicodipendente (tra i quali difficilmente si può annoverare il consumatore medio di marijuana) non abbia bisogno di situazioni estreme come il carcere per liberarsi dalla dipendenza. Le politiche di stampo fascista imposte da Fini nel 2006 sono un’onta che dovrebbe essere ricordata ogni giorno per contrastare il suo personalissimo tentativo di rifarsi una verginità moderata e liberale.

Venendo alle misure della Severino. La possibilità di scontare gli ultimi 18 mesi (e non più 12) della pena agli arresti domiciliari porterebbe, secondo il governo, a un alleggerimento immediato di circa 3 mila unità e a un risparmio di 375 mila euro al giorno, da reinvestire nell’edilizia penitenziaria. Altro provvedimento interessante è il blocco delle cosiddette “porte girevoli”, quel fenomeno per il quale si provvede all’incarceramento immediato per la flagranza di reato e alla successiva immediata scarcerazione. Il passaggio intermedio sarà la custodia cautelare nei commissariati con udienza entro  48 ore per stabilire la sorte dell’imputato, evitando così migliaia di inutili passaggi e soggiorni nelle carceri. Le polemiche stanno divampando però sull’apertura del ministro a una possibile amnistia o a un indulto. Sono primi, buoni, passi ai quali dovranno però seguire altre soluzioni per una svolta completa sul recupero dei detenuti alla società e la cancellazione delle spregevoli normative succitate, sempre ammesso che l’esperienza di questo esecutivo superi il mese di gennaio.

Pdl e Lega sono già sul piede di guerra, la tentazione di far cadere il nuovo governo su provvedimenti che toccano principi “irrinunciabili” del centrodestra è molto forte. Dopo la manovra, i pruriti elettorali dei vari schieramenti si fanno ogni giorno pubblicamente più evidenti. Pubblicamente, poiché concretamente sono tutti ancora da verificare.

La zucchificazione

di Paolo Greci

La manovra è reale, il paese anche. Questo è il primo risultato sensibile dell’esecutivo Monti a tre settimane dal giorno delle pistole fumanti. Della manovra in sé – per la quale rimando all’articolo del Verruti – già si è detto molto e tanto ancora si dirà. Quanto agli effetti della manovra, ve ne sono di lampanti e interessanti sul piano non solo delle lettere da scrivere a Babbo Natale ma anche su quello delle previsioni politiche per il futuro.

Da un lato, in uno degli atti economici più strategici che si siano mai visti nell’ultimo decennio, ecco che i sindacati si uniscono, i partiti trasversalmente condannano gli aumenti delle tasse mirati al loro corpus elettorale definito con formula brillante “I soliti noti” (digerendo il maggiore gettito solo per paventato senso di responsabilità nazionale) e gli italiani di ogni fascia sociale propongono contro-soluzioni per non far pesare il tutto sulle spalle dei più deboli. Situazione interessante dal punto di vista della coesione in questi giorni dove la parola “Occupy” è un prestito sempre più prolifico nella creazione di formule da battaglia sociale.

Dall’altro il premier Monti e il suo esecutivo iniziano la loro opera apostolica di spiegazione della manovra, tatticamente ineccepibile nell’obiettivo di calmare e rassicurare i mercati e l’Eurozona, particolarmente fibrillanti specie in questi ultimi giorni autunnali del Belgio. Il varo delle nuove misure economiche haavuto il discreto esito di rendere più affabile Elsa Fornero – delle cui lacrime evidentemente non riusciremo più a dimenticarci – e meno taciturno Mario Monti, esibitosi in operazioni di glossa di fronte ad un Bruno Vespa sempre più straniante nel ruolo di macchietta di se stesso ma che, perlomeno, riguadagna credito e credibilità in vista dell’arrivo dei prossimi ospiti (situazione curiosa vista la scelta della Rai di non trasmettere la conferenza stampa post-approvazione manovra da parte del Consiglio dei Ministri).

Un terzo esito, al momento in fieri, è che anche il nostro premier sta diventando reale. Gli si chiedeva, apparentemente, di non diventare un politico: sia i cittadini stanchi che i politici consumati gli chiedevano di rimanere au-dessus de la mêlée. Ma forse, parallela, correva da parte dei partiti che gli garantiscono questa maggioranza record una richiesta sotterranea diversa, quando non opposta: che il suo esecutivo diventasse una sorta di quarto polo, utile grimaldello in vista delle elezioni previste al più tardi per il 2013. Monti, non uno stolto, sa che a far politica si diventa politici e che si subiscono le responsabilità politiche, specie quando c’è di mezzo il tanto amato popolo. Esporsi dunque diventa decisivo e fissare un elettorato lo diventa altrettanto. Ed è, aspetto non secondario, l’unico metodo per sanare quel mismatch, quel grosso malinteso tra il reale Mario Monti e la figura del Monti creata dalla carta stampata, il disegno di una vergine da palcoscenico che va protetta dalla tentazione. Citare la saggezza della mamma – per tutti figura di grande risparmiatrice in periodi di crisi sempre utili per rinsaldare i valori fondamentali – è un ottimo passo per convincere un elettorato riottoso ma sensibile al lessico moralizzante. Ma è anche un importante passo verso la zucchificazione, la riduzione del tecnico al partitico, con conseguente perdita dell’aura: quando i cittadini realizzeranno ciò l’effetto Monti – la fiducia quasi incondizionata in lui ricevuta in virtù dello stato di necessità proveniente da Eurolandia – sarà svanito e non più rimediabile.

L’homo novus

Immagine

di Mariano Del Giudice

Mario Monti è da qualche settimana il nuovo volto della politica italiana e, insieme al suo esecutivo di tecnocrati, l’immagine della buona politica rinnovata nel nostro Paese. Il suo garbo, la sua pacatezza con l’immagine di compattezza, competenza e credibilità del suo esecutivo hanno senza alcun dubbio segnato uno stacco definitivo dalla politica che era stata condotta fino a un mese fa dal suo predecessore, Silvio Berlusconi. Niente più barzellette, niente più ottimismo, nessun guaio giudiziario nè vallette per allietargli il dopo-lavoro.

L’ homo novus che ci troviamo davanti in realtà è un calcolatore. Ha esposto, con un’accelerazione sui tempi di marcia previsti, la sua manovra in un pomeriggio domenicale dove buona parte degli interlocutori politici, sindacali e sociali avrebbero avuto poco spazio per contrastarlo e per ottimizzare gli effetti della sua manovra alla riapertura dei mercati il lunedì mattina. A ciò va aggiunto che oggi e domani si terrà il vertice europeo e si è voluto porre nelle migliori condizioni negoziali con duo Merkel-Sarkozy. Mario Monti, grande calcolatore.

Purtroppo anche lui è cascato, come molti dei suoi predecessori, nella trappola del salotto televisivo andando a Porta a Porta a presentare il suo pacchetto anti-crisi. Un salotto che ha come maggiordomo Bruno Vespa, presentatore che con molta sagacia è stato definito “il camerlengo” da Francesco Merlo per la sua naturale predisposizione a sostenere i vari potenti che si succedono nel tempo. In poco meno di mezzora il nostro Vespa è riuscito a far cambiare il metodo di comunicazione che aveva contraddistinto la partenza del nuovo esecutivo col suo atteggiamento democristiano  e ruffiano. Mai quesiti volti a scovare la natura drammatica della manovra, lingua sempre a freno per non disturbare l’ennesimo premier che si è seduto sulle sue poltrone, sempre più interessato a quello che è il lato leggero della vita pubblica di una Nazione. Monti, che aveva parlato più ampiamente della manovra nella precedente conferenza stampa è caduto in modo malinconico nella trappola del salotto televisivo, quello che più volte è stata definito “la terza camera”. Il tecnico è sembrato trasformarsi in politico.

Forse pure questo era calcolato. Mario Monti, premier.

Ottimo calcolatore.

Manovra di palazzo

di Giacomo Verruti

 All’indomani della presentazione della manovra economica targata Monti, si può iniziare a ragionare su alcuni suoi aspetti particolari e su alcuni risvolti politici. Senza fare inutile retorica, è una vera e propria stangata, a che ne dica l’ex commissario Ue, sembrano essere proprio i “soliti noti” a pagare il prezzo più alto, ancora una volta a causa dei veti del Pdl. Vediamo nello specifico alcuni punti interessanti.

Il ritorno dell’Ici è sicuramente il provvedimento più appariscente, assieme alla riforma delle pensioni (sulla quale, tuttavia, non ci soffermeremo qui). Sgombrando il campo dai dubbi: l’assenza di una tassazione, seppur minima, sulla prima casa è stata un’anomalia tutta nostrana negli ultimi anni, frutto unicamente di un calcolo elettorale del centrodestra. Tutto sommato, però, si potevano escludere le prime case dei nuclei familiari meno abbienti, in un periodo di stagnazione e difficoltà di consumo, una tassa in più non fa che lasciar chiusi alcuni portafogli. La vera botta sarà il pesante aumento, da subito, delle accise sui carburanti, che aumenteranno di circa 10 centesimi al litro da subito. A tutto ciò si aggiunge il previsto aumento di due punti percentuali dell’Iva dal giugno 2012, sulle aliquote del 10 e del 21, a copertura della delega fiscale. Tutte misure che penalizzeranno un’enorme quantità di cittadini.

Bene gli sgravi fiscali per l’assunzione di donne e giovani (10.600€ annui, portati a 15.000 per Sud e isole) e le agevolazioni per chi decide di non ridistribuire utili, ma investirli nell’azienda. Potrebbe avere risvolti controversi la decisione (chiesta dall’Unione Europea) per lo Stato di garantire la liquidità delle banche. Cosa potrà succedere in un Paese in cui queste sono, ultimamente, in grosse difficoltà e costrette a pesanti ricapitalizzazioni? Sul fronte liberalizzazioni non può bastare l’estensione delle parafarmacie e la possibilità di vendere farmaci di fascia C; sulla liberalizzazione delle professioni e nuovi poteri all’Antitrust sarebbe servita qualche decisione più incisiva da subito.

La scelta di porre un bollo dell’1,5% sui capitali scudati, a voler essere buoni, è semplicemente ridicola; su questo versante serviva molto più coraggio fin da subito. Ricordiamo che i capitali scudati rientrati in Italia sono stati tassati dal governo Berlusconi di un misero 5 per cento, a differenza di altri stati, i quali hanno imposto ben più severi balzelli per il rimpatrio delle fortune nascoste altrove. È ben chiaro che una simile codardia è palese dimostrazione del ricatto del Pdl e dell’ex premier in primis.

In base anche a queste ultime considerazioni, il risvolto politico di questa manovra è più che mai chiaro: il governo (per ora) è ostaggio delle psicosi del Cavaliere. Di questo ha accettato quasi tutti i diktat: niente patrimoniale, niente aumento dell’Irpef per i redditi più alti, sacrifici sulle pensioni, svendita delle frequenze tv. Solo sull’Ici non c’è stato niente da fare e il caimano ha dovuto cedere, anche se ci viene difficile pensarlo in lacrime, le ricadute d’immagine stanno piovendo copiosamente tutte su Palazzo Chigi. Chi esce a pezzi da questo primo round non può che essere il Pd, che forse confida nel passaggio parlamentare del decreto. Sempre che ciò avvenga, pare molto più che un semplice consiglio quel «Monti metta la fiducia» affiorato ieri sulle labbra di Berlusconi. Mentre la Lega ha gioco facile a lanciare letame sul nuovo esecutivo, l’Italia dei valori si trova nella posizione più scomoda, voler bocciare la manovra, ma paradossalmente poterne ricevere un risvolto negativo in termini di consenso. Gli italiani si dimostrano, infatti, da subito, troppo arrendevoli a dover pagare ancora una volta le scelte errate della classe dirigente; il think tank trasversale che va da Repubblica a Porta a Porta sta agendo potentemente sull’opinione pubblica, rimarcando l’assoluta necessità dell’amaro calice, senza aggiungere che qualcosa poteva esser fatto per renderlo un po’ più digeribile.

Equità e discontinuità sono ancora difficili da scorgere.

Monti e le sue maschere

di Paolo Greci 

È il contenitore di simboli più in voga del momento tra i giornali italiani: Mario Monti è la nuova e fortunata (re)incarnazione di figure disparatissime: premier; uomo navigato con il piglio dell’egalitarismo sociale; massone; homo novus della scena politica italiana con compito di salvare la società dalla disfatta – al pari della nazionale di calcio negli anni pari -; illustrissimo sconosciuto; rappresentante dei poteri forti, molto forti e fortissimi; tecnocrate-tiranno mandato dalla BCE per punirci e così redimerci, professore con autorità e spazio di manovra non concesso ai normali politici; appunto Professore, per giunta “secchione”, e dunque lontano dalla percezione delle masse; freddo burocrate non eletto dal popolo, necessario e sopportato a denti stretti ma ugualmente sopportato da tutti – quelli di prima compresi, almeno sino alla Vicenza pseudo-basca – perché quello di prima era molto peggio. Un po’ Pericle e un po’ Pisistrato, Mario Monti è ormai più emblema che essere umano, spersonalizzato nella sua natura, maschera bianca celebrata non tanto per il suo merito ma per contrapposizione ad una saturazione cromatica evidentemente durata troppo.

Autorevole e parco di parole come uno spirito indiano, al pari dell’oracolo in Delfi non dice né nasconde: accenna. Capace di leggere nei segni che la divinità mercantile ci manifesta, è stato investito del ruolo di sciamano, ultima ratio dei nostri parlamentari: dove si ferma il razionale nasce il bisogno di un pastore luterano, un prete da vecchio testamento: è suo il compito di valutare, spiegare e porre rimedio all’ira della Dea Finanza, al cataclisma economico, agli spiriti della Borsa.

Nominato in terra italiana nazareno dell’anno 2011/12, Mario Monti gioca la sua battaglia per la tangibilità in due soli giorni: lunedì alla Camera e martedì a “Porta a Porta”. Si muoverà sul filo, nel tentativo di palesarsi come essere palpabile: cercherà di auto-definirsi, di darsi dei contorni, di farsi “vivo”. Compiuto questo passo ne verrà uno più difficile: non sprofondare nell’eretismo. Il Dio a cui crede il popolo è diverso dal suo. E non tutti ricordano che tra i ventinove condannati per stregoneria nei processi di Salem del 1692 c’era anche un reverendo.

Il popolo di Bruno Vespa

di Enzo Giuliani

Gli italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori e ladri. Dopo tangentopoli, ci siamo inventati che il sistema della corruzione diffusa, degli appalti gonfiati, del parlamento sporco, dei nani e delle ballerine, delle mele marce, dei mariuoli, dei Craxi fosse una capitolo chiuso. Abbiamo creduto che un’ infelice fase della storia italiana si fosse conclusa con l’intervento del pool “mani pulite”, tanto da convincerci che una storia nuova stesse iniziando: quella della seconda Repubblica. Sull’effettività di questa transizione, un po’ cialtronesca e molto italiana, si discute ancora. Alcuni sostengono che la prima Repubblica non si sia mai conclusa perché formalmente non c’è stato un cambiamento costituzionale così significativo da farne nascere una seconda, perché gran parte di quei politici implicati in quel rovinoso sistema hanno fatto presto a riciclarsi e sono ancora seduti in parlamento.

Una parte di questi “negazionisti” sostengono che la seconda repubblica nasce oggi, con la messa fuori gioco temporanea dei politici di razza.

Altri asseriscono che il cambiamento epocale c’è stato. Un passaggio graduale ad una forma di bipolarismo (sempre all’italiana), il cambiamento del linguaggio politico determinato dalla discesa in campo del cavaliere Silvio Berlusconi, l’importazione del modello di partito-azienda, del sondaggio come arma letale, l’ostentazione del corpo politico come simulacro di simulacri, la logica pubblicitaria in campagna elettorale, la campagna elettorale permanente e una generale disinvoltura nel farsi i cazzi propri servendosi del potere parlamentare e non.

Eugenio Scalfari sancisce la nascita della terza Repubblica.

Gli italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori, ladri e cialtroni. Ce lo siamo tenuti per 17 anni, questo re dei cialtroni, questo imbonitore di plastica, questo stra-ordinario mediocre. L’abbiamo visto invecchiare nel tentativo di ringiovanire, abbiamo osservato il suo volto prendere le sembianze prima di un Alain Delon della pianura padana, poi di un Citizen Kane alla milanese, per trasformarsi nel Mikey Rourke delle istituzioni. Abbiamo subìto la sua arroganza, le sue offese, le sue gaffes e i suoi cucù internazionali, le sue tirate populistiche, le pesanti prese per il culo della stampa straniera, quei bravi ragazzi dei suoi tirapiedi, i suoi eroi, le sue escort e le sue veline.

Gli italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori, ladri, cialtroni e veline. Ci siamo fatti friggere il cervello dai suoi programmi di intrattenimento, dai suoi quiz e giochi a premi, dai suoi Antonii Ricci, dai suoi reality, dalle sue buone domeniche, dai suoi verissimi e pomeriggi 5, dai suoi Sentieri e i suoi Beautiful, dai suoi film in cassetta, dai suoi culi in prima serata, in seconda, in terza e in retromarcia, dalla seduzione delle sue pubblicità e delle sue merci, dall’inseguimento dei warholiani 15 minuti di celebrità, dal suo revivalismo spinto, dalle repliche delle repliche (che diffondono replicanti), dalle sue Barbare D’Urso e Paole Perego, dai suoi Ezii Greggio, i suoi Enzini Iacchetti e le sue veline mute, anche quando parlano.

Gli Italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori, ladri, cialtroni, veline e creduloni. Ci siamo fatti travolgere dal vortice della sua propaganda ossessiva e surreale, dal suo Forza Italia (che siamo tantissimi), dalle sue dichiarazioni sempre uguali, le sue smentite e le smentite delle smentite, dai suoi predellini, dai suoi Emilii Fede, dai suoi Liguori, dai suoi Minzolini, dai suoi Giuliani Ferrara, i suoi Vittorii Feltri, i suoi Sallusti e i suoi Belpietri, dai suoi talk shows, dal suo “mi consenta”, dal parlarsi sopra, dai suoi dati manipolati, dai suoi indici di gradimento, dai suoi “meno male che Silvio c’é”, dai suoi ministri Brunetta, La Russa, Calderoli, Castelli, Cicchitto, Alfano, Tremonti, Gasparri, Brambilla, Carfagna, Gelmini, Prestigiacomo; dalla sua crisi che non c’è, poi c’è, poi non c’è di nuovo.

Gli Italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori, ladri, cialtroni, veline, creduloni e popolo in crisi. Ci siamo liberati (forse) di questi 17 anni. Ora abbiamo cose più importanti alle quali pensare. C’è il debito pubblico insostenibile, abbiamo una crescita zero, abbiamo lo spread che oscilla intorno ai 500 punti, abbiamo le promesse da mantenere con l’Europa dei Merkozy, dobbiamo rassicurare i mercati, convincere i mercati, ascoltare i mercati, assecondare i mercati, sedurre i mercati, farci guidare dai mercati, cavalcare i mercati.

Gli Italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori, ladri, cialtroni, veline, creduloni e popolo in crisi. Popolo di Mario Monti. Popolo di tecnici, tecnocrati, burocrati, professori, economisti, bocconiani. Popolo dell’unica soluzione valida, popolo del “ci salva lui”, popolo della sobrietà, della lealtà, della fedeltà, della competenza, del trolley, delle pensioni, dell’irpef, dell’ici o Imu, del taglio alla sanità, delle privatizzazioni. Popolo che deve presentare la manovra e lo fa a Porta a Porta.

Gli italiani. Popolo dei Gattopardi. Popolo di Bruno Vespa.