Le lacrime di Elsa

di Giacomo Verruti

La straordinaria velocità di produzione delle notizie dei media italiani ha fatto sì che i 18 giorni serviti a produrre la prima manovra economica del governo Monti siano parsi di gran lunga molti di più agli occhi dell’opinione pubblica e degli addetti ai lavori. Si potrebbe dire, fin troppo banalmente, «la politica ai tempi dello spread», incubo che agita le notti degli italiani da quasi 6 mesi ormai; incubo che ha bruciato rapidamente molti degli effetti delle 4 manovre varate dal governo Berlusconi nella turbolenta estate passata. Il nuovo esecutivo all’indomani della nomina ha dovuto quindi barcamenarsi tra gite fuori porta a Bruxelles, ispettori dell’Unione e dell’Fmi in casa e pressanti richieste di una manovra aggiuntiva.

Fin dal primo momento è stato chiaro che i nuovi ministri avrebbero messo mano al sistema pensionistico, vero nervo scoperto per tutti i maggiori partiti. Gli analisi dei flussi elettorali delle ultime tornate ci dicono che sia Pd che Pdl trovano il loro zoccolo duro tra gli elettori della terza età. I democratici devono affrontare il sempre più difficile rapporto con la Cgil (i cui iscritti, come in tutti i sindacati italiani, sono prevalentemente pensionati o prossimi a diventarlo), consci che in qualche modo si dovrà fare cassa e scossi dal dibattito interno tra la corrente liberal e quella più conservatrice. Dal canto suo il Pdl ha storicamente grande successo tra gli ultrasessantenni di ogni estrazione sociale, soprattutto casalinghe, che difficilmente possono mandare giù una pesante stretta sulle pensioni senza un’ulteriore perdita di consenso. Chi sta meglio di tutti, propagandisticamente parlando, è la Lega Nord, strenuo baluardo in estate di ogni modifica delle pensioni, ora all’opposizione potrà godersi il suo «balsamo» e lasciare che l’onere delle scelte impopolari ricada tutto sugli altri partiti e sui tecnocrati.

In mezzo a questo guazzabuglio politico si è speculato per giorni sulle possibili modifiche al regime pensionistico italiano; le recenti uscite pubbliche antecedenti la nomina a ministro, di Elsa Fornero lasciavano presagire un forte intervento verso il sistema contributivo per tutti e un’accelerazione verso l’innalzamento dell’età minima. Così è stato, ma la riforma è ancor più draconiana: abolite le quote, scalone per le donne (da 60 a 63 anni) ed equiparazione anticipata al 2018 (non più al 2026) tra uomini e donne. Il sistema contributivo sulla lunga distanza potrebbe essere il più equo, sta di fatto che migliaia di lavoratori  oggi a un passo dalla pensione, potrebbero veder sfumare il traguardo proprio sul rettilineo finale.

Nella conferenza stampa seguita al Consiglio dei ministri, si è celebrata la catarsi del lungo dibattito sulla materia. Al momento di pronunciarla, la fatidica parola, ˈsacrificiˈ, si strozza in gola al ministro che in lacrime non conclude il proprio intervento; quasi a voler soddisfare la libido dei cronisti, i quali da oggi hanno nuova materia di speculazione onanistica: non più l’algida precisione dei professori, ma l’umanità di chi si assume le responsabilità per il bene del Paese.

Si era detto «lacrime e sangue», la Fornero ha assunto l’onere delle prime, il secondo da domani lo dovrà mettere qualcun altro.

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