Monti e le sue maschere

di Paolo Greci 

È il contenitore di simboli più in voga del momento tra i giornali italiani: Mario Monti è la nuova e fortunata (re)incarnazione di figure disparatissime: premier; uomo navigato con il piglio dell’egalitarismo sociale; massone; homo novus della scena politica italiana con compito di salvare la società dalla disfatta – al pari della nazionale di calcio negli anni pari -; illustrissimo sconosciuto; rappresentante dei poteri forti, molto forti e fortissimi; tecnocrate-tiranno mandato dalla BCE per punirci e così redimerci, professore con autorità e spazio di manovra non concesso ai normali politici; appunto Professore, per giunta “secchione”, e dunque lontano dalla percezione delle masse; freddo burocrate non eletto dal popolo, necessario e sopportato a denti stretti ma ugualmente sopportato da tutti – quelli di prima compresi, almeno sino alla Vicenza pseudo-basca – perché quello di prima era molto peggio. Un po’ Pericle e un po’ Pisistrato, Mario Monti è ormai più emblema che essere umano, spersonalizzato nella sua natura, maschera bianca celebrata non tanto per il suo merito ma per contrapposizione ad una saturazione cromatica evidentemente durata troppo.

Autorevole e parco di parole come uno spirito indiano, al pari dell’oracolo in Delfi non dice né nasconde: accenna. Capace di leggere nei segni che la divinità mercantile ci manifesta, è stato investito del ruolo di sciamano, ultima ratio dei nostri parlamentari: dove si ferma il razionale nasce il bisogno di un pastore luterano, un prete da vecchio testamento: è suo il compito di valutare, spiegare e porre rimedio all’ira della Dea Finanza, al cataclisma economico, agli spiriti della Borsa.

Nominato in terra italiana nazareno dell’anno 2011/12, Mario Monti gioca la sua battaglia per la tangibilità in due soli giorni: lunedì alla Camera e martedì a “Porta a Porta”. Si muoverà sul filo, nel tentativo di palesarsi come essere palpabile: cercherà di auto-definirsi, di darsi dei contorni, di farsi “vivo”. Compiuto questo passo ne verrà uno più difficile: non sprofondare nell’eretismo. Il Dio a cui crede il popolo è diverso dal suo. E non tutti ricordano che tra i ventinove condannati per stregoneria nei processi di Salem del 1692 c’era anche un reverendo.

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