Informazioni su redazioneapogeo

Insinuanti riflessioni

Quel Viscoso Sentimento

di Paolo Greci

Che la Consulta abbia bocciato i quesiti referendari non deve stupire: non è né la prima né l’ultima volta che ciò accade e che ciò accadrà. Ciò che, ugualmente, non dovrebbe stupire, è la reazione di una parte politica a questa decisione: la Consulta, paladina della giustizia quando cassava le terribili leggi ad personam, viene ora tacciata da parte dei Dipietristi e, in parte, dei Sel, di essere parte di una “deriva antidemocratica”, nella quale mancherebbe solo l’olio di ricino. La decisione frustrerebbe la “straripante domanda di cambiamento”, quasi come se la Consulta si dovesse esprimere non dal punto di vista tecnico ma da quello umano.

Tutto questo, appunto, non deve stupire. Il discorso sul sceverare Berlusconi e il berlusconismo non era mera chiacchiera da bar: l’osannata consulta che diventa improvvisamente organismo politico, piegante la schiena nel fare un “piacere al capo dello Stato” è un pezzo già passato su queste frequenze. La demagogia, quella che ci è stata instillata e installata nel corpo e nella mente insieme -neanche ciò deve stupire -, non ha colore né trasparenza, e lo si nota da quanto essa venga adottata dai movimenti anti-casta: la sua unica proprietà è dunque la viscosità. Il populismo rimane attaccato alle mani come sperma: con esso il solitario pentimento post-masturbazione e il solito proposito di non ricascarci più, per ricascarci giusto l’indomani.

Niente deve dunque stupire di questo discorso: tutto fila, come tutto è filato – secondo una logica salda come l’acciaio, malleabile come il silicio ma viscosa per chi cerca di metterci le mani addosso – negli ultimi vent’anni:  nel desiderio di fare più sporco possibile, aizzando la folla a colpi di rumorosu pollici versi.

Annunci

Detabuizzare i tabù

di Giacomo Verruti

Gennaio sarà un mese, forse, decisivo per il governo tecnico. Tante le questioni sul tavolo da affrontare, le cui conseguenze dovranno irrimediabilmente (per noi ottimisti) investire non solo l’esecutivo, ma anche la folta platea di più o meno storditi chiacchieroni che guidano l’Italia da decenni; nella fattispecie: sindacati, lobby varie e partiti. La sensazione che, ancora una volta, ogni spinta verso l’ammodernamento del ciclo produttivo del Bel Paese venga uccisa sul nascere è qualcosa di più di un vago timore.

Veniamo subito al dunque, l’argomento più spinoso è senza dubbio la riforma del mercato del lavoro. Tanti in questo caso i motivi di ilarità. L’unico partito ad essersi mosso concretamente a tal riguardo è il Pd, per assicurarsi che l’impronta progressista fosse ampiamente riconoscibile il partito di Bersani ha presentato in Parlamento ben 3 proposte differenti. Superfluo ironizzare o anche semplicemente soffermarsi su questo aspetto; andando invece sul concreto, l’unico dei 3 progetti a sembrare solido e innovativo è quello elaborato dal giuslavorista Piero Ichino: la cosiddetta flexsecurity. L’idea di partenza è quella di un contratto unico a tempo indeterminato per tutti, in cambio di una maggiore flessibilità in uscita, controbilanciata comunque da una serie di misure volte a rendere le imprese maggiormente responsabili dei costi di formazione e indennizzo sociale dei lavoratori licenziati (motivo dei malumori di Confindustria). La controproposta di Cesare Damiano, detta del “contratto prevalente”, vede invece ben pochi cambiamenti effettivi, anche qui abbiamo un contratto a tempo indeterminato per tutti, ma con un periodo di prova in entrata fino ai 3 anni. Ancora devono spiegarci in quale modo un periodo di prova variabile riduca di fatto il precariato e l’incertezza.

Il nocciolo della questione in realtà è uno solamente: la Cgil e la sinistra più radicale vedono nella flexsecurity un attacco all’articolo 18 (che prevede l’impossibilità di licenziamento senza giusta causa). Posizione legittima, anche se ormai anacronistica e puramente conservatrice. Il più grande sindacato d’Italia dovrebbe illuminarci allora sul come intende una riforma del lavoro che non sia meramente l’arroccarsi sulle posizioni già acquisite; perché questo genere di prese di posizione non fa che perpetrare il dramma del precariato e dell’occupazione giovanile. Oggi più che mai la posizione del sindacato appare vecchia, frusta, un retaggio del passato. I giovani si confrontano con un mercato europeo strutturato diversamente, più mobile, ma allo stesso tempo efficiente.

L’altro fronte scottante è quello delle liberalizzazioni. Su questo versante Monti dovrà fare i conti con le resistenze parlamentari del gruppo Pdl. Non è un mistero che l’elettorato di riferimento della truppa berlusconiana sia composto in buona parte da molte di quelle categorie il cui mercato andrebbe finalmente aperto, sia per diminuire le tariffe (e quindi a tutto vantaggio del consumatore, che avrebbe, quindi, anche più possibilità di consumo), sia per diminuire lo spaventoso tasso di disoccupazione italiano. Ma sulle liberalizzazioni l’esecutivo si giocherà soprattutto la credibilità, interna ed estera. Un governo che si è presentato per attuare quelle misure impopolari che il bipolarismo sfrenato ha impedito negli ultimi 20 anni dovrà trarre le inevitabili conclusioni di un fallimento su questo versante, ancor di più alla luce dei curricula del presidente del Consiglio e del suo sottosegretario Catricalà.

La partita è aperta da troppo tempo ormai, è necessario chiuderla ora, entro pochi mesi; anche per rendere più tollerabili gli ingenti sacrifici imposti dalla manovra. L’opinione pubblica è matura per accettare liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro, Monti deve prenderne consapevolezza e forzare la mano in Parlamento, perché il baratro è sempre più vicino.

 

 

L’agonia

di Paolo Greci

Che Giorgio Bocca sia morto proprio nel giorno di Natale ha un po’ dell’ironico, quasi come se l’occasione avesse del sacro e del profano insieme. Sono oramai trascorsi dieci giorni e i tempi del giornalismo, notoriamente, sono rapidissimi anche nel celebrare e sotterrare i defunti illustri. Siamo dunque in ritardo, ma non poi così tanto, per una riflessione.

 

Con Bocca, si dice spesso, è morto un pezzo molto importante della resistenza, un pilastro del giornalismo contro le derive fascistoidi. Con lui sta terminando di morire una generazione di partigiani e post-partigiani, con tutto il loro peso storico e con la loro funzione di guardiani sociali. Ma in questo secondo e ultimo decennio di fisiologico rinnovamento la riflessione, a scanso di equivoci, va contestualizzata: i partigiani come Bocca già da tempo erano divenuti fenomeno di nicchia dal peso sociale basso nonché politico quasi ridicolo: feticci svuotati di significato, tenuti sullo scaffale in alto – quello dove non si pulisce perché lo si vede solo dal basso -, indiscutibili in quanto adombrati. In breve, inutili. Giorgio Bocca, e questo si dice meno, era ormai da tempo macchietta di se stesso, un giornalista giornalisticamente deceduto da anni.

 

È morto Giorgio Bocca simbolo e non si può non constatare che con lui e gli altri partigiani morti o in procinto di dipartire stia scomparendo la pesante eredità della cultura anti-fascista, quella su cui molte generazioni di sinistra sono state formate. Eredità pesante nel bene e nel male, solida ma cristallizzata, che da lungo tempo ha smarrito la capacità di leggere la realtà contemporanea. In un’agonia ventennale non ha saputo rispondere alla domanda finale: come eradicare il fascismo dagli italiani? Per questa incapacità, l’anti-fascismo si è condannato ad essere obliato, vaporizzato. Con solo il suo carico di polvere come bagaglio verrà appoggiato vicino ad un cassonetto da delle mani apparentemente gentili, senza rumore. Lo condanna lo scacco del suo pensiero, – del nostro pensiero? – , il dividere il mondo tra fascisti e anti-fascisti, senza tenere conto dell’ambiguità e della caducità dei nomi e delle definizioni.

All’occasione

Si parla di questa montesca esperienza governativa come di un’occasione irripetibile per l’Italia. Un momento che non si ripeterà, con condizioni e convergenze eccezionali da sfruttare per fare il più possibile: i tecnici al governo spremano questo istante fatato per portare a casa tutte quelle riforme che la politica non è riuscita a compiere.

Al gran bazar Italia tutti, giornalisti, cittadini, addirittura i politici stessi sono d’accordo su questo. Ma questa politica dell’occasione è nientemeno che desolante: è anche la politica dell’oblio e la politica dell’incertezza, del non stabilire chi ha avuto le colpe per la demenza governativa del passato e dunque chi deve essere additato di fronte agli italiani come incapace e immeritevole di governare nuovamente. E invece no, da buoni guardoni mediatici ci facciamo suggestionare, nuovamente, dall’eccezionale. E se questo governo sfrutterà il momento, che succederà dopo? Attenderemo iniqui un’altra occasione, sempre che ricapiti.

Dall’accettazione prona all’occasionale e virilissimo carpe diem, ecco la ricetta all’italiana della politica un po’ sessuologica. Che se c’è l’occasione, a una sveltina non si rinuncia. E forse forse non è neanche tradimento se non la vai a cercare.

In attesa di Giustizia

di Giacomo Verruti

Via libera in Consiglio dei ministri per il primo pacchetto svuotacarceri imbastito dalla neoguardasigilli Paola Severino. Causa bagarre parlamentare sull’approvazione definitiva della manovra economica, nella giornata di ieri la notizia è passata quasi inosservata; quasi, perché il dibattito è già cominciato e si prevede infiammerà le prossime settimane.

Si tratta di una serie di misure per alleviare lo stato di forte criticità negli istituti penitenziari; a fronte di una capacità stimata in 45.500 posti, i detenuti oggi incarcerati superano i 67 mila. Una situazione drammatica che negli ultimi anni ha portato non solo a un aumento crescente dei suicidi e delle rivolte da parte dei detenuti, ma anche a intollerabili regimi lavorativi per la polizia penitenziaria. È una condizione che, globalmente, grida vendetta e ha dei responsabili ben precisi e facili da individuare: la Lega Nord in toto e Gianfranco Fini e Alleanza Nazionale. L’introduzione del reato di clandestinità, voluto dal Carroccio è un abominio indegno di qualsiasi paese civilizzato (non a caso la Corte di giustizia europea ne ha disposto la cancellazione); provvedere all’arresto di una persona per il solo fatto di essere migrante ha avuto due effetti altamente perniciosi sulla società. Il primo è stato il già citato sovraffollamento delle carceri, il secondo è più strisciante. L’associazione istantanea, proposta nel lessico leghista, tra ʹimmigratoʹ e ʹdelinquenteʹ ha avuto ripercussioni devastanti sulla creazione di un clima di paura e odio verso gli stranieri. A ciò è dovuta la crescita esponenziale del consenso leghista nelle regioni del centro-Italia, prima storicamente precluse alla penetrazione “padana”. La propaganda tambureggiante dei bifolchi padani è penetrata surrettiziamente più di quanto non si possa immaginare nel sentire comune; i fatti degli ultimi giorni (l’uccisione di due senegalesi a Firenze e il rogo del campo nomadi a Torino) ne danno smaccata conferma.

La seconda palese ignominia fu l’inasprimento delle sanzioni penali per i reati di droga e la contemporanea cancellazione della distinzione tra droghe leggere e pesanti, nonché l’abbassamento del quantitativo tollerato per uso personale. Ciò ha portato e porta, potenzialmente e non, all’arresto di un numero elevatissimo di persone per il solo possesso di minime quantità di cannabis. Senza addentrarsi sullo spinoso dibattito in merito alla liberalizzazione delle droghe leggere, è comunque un’evidenza palmare il fatto che qualsiasi tossicodipendente (tra i quali difficilmente si può annoverare il consumatore medio di marijuana) non abbia bisogno di situazioni estreme come il carcere per liberarsi dalla dipendenza. Le politiche di stampo fascista imposte da Fini nel 2006 sono un’onta che dovrebbe essere ricordata ogni giorno per contrastare il suo personalissimo tentativo di rifarsi una verginità moderata e liberale.

Venendo alle misure della Severino. La possibilità di scontare gli ultimi 18 mesi (e non più 12) della pena agli arresti domiciliari porterebbe, secondo il governo, a un alleggerimento immediato di circa 3 mila unità e a un risparmio di 375 mila euro al giorno, da reinvestire nell’edilizia penitenziaria. Altro provvedimento interessante è il blocco delle cosiddette “porte girevoli”, quel fenomeno per il quale si provvede all’incarceramento immediato per la flagranza di reato e alla successiva immediata scarcerazione. Il passaggio intermedio sarà la custodia cautelare nei commissariati con udienza entro  48 ore per stabilire la sorte dell’imputato, evitando così migliaia di inutili passaggi e soggiorni nelle carceri. Le polemiche stanno divampando però sull’apertura del ministro a una possibile amnistia o a un indulto. Sono primi, buoni, passi ai quali dovranno però seguire altre soluzioni per una svolta completa sul recupero dei detenuti alla società e la cancellazione delle spregevoli normative succitate, sempre ammesso che l’esperienza di questo esecutivo superi il mese di gennaio.

Pdl e Lega sono già sul piede di guerra, la tentazione di far cadere il nuovo governo su provvedimenti che toccano principi “irrinunciabili” del centrodestra è molto forte. Dopo la manovra, i pruriti elettorali dei vari schieramenti si fanno ogni giorno pubblicamente più evidenti. Pubblicamente, poiché concretamente sono tutti ancora da verificare.

La zucchificazione

di Paolo Greci

La manovra è reale, il paese anche. Questo è il primo risultato sensibile dell’esecutivo Monti a tre settimane dal giorno delle pistole fumanti. Della manovra in sé – per la quale rimando all’articolo del Verruti – già si è detto molto e tanto ancora si dirà. Quanto agli effetti della manovra, ve ne sono di lampanti e interessanti sul piano non solo delle lettere da scrivere a Babbo Natale ma anche su quello delle previsioni politiche per il futuro.

Da un lato, in uno degli atti economici più strategici che si siano mai visti nell’ultimo decennio, ecco che i sindacati si uniscono, i partiti trasversalmente condannano gli aumenti delle tasse mirati al loro corpus elettorale definito con formula brillante “I soliti noti” (digerendo il maggiore gettito solo per paventato senso di responsabilità nazionale) e gli italiani di ogni fascia sociale propongono contro-soluzioni per non far pesare il tutto sulle spalle dei più deboli. Situazione interessante dal punto di vista della coesione in questi giorni dove la parola “Occupy” è un prestito sempre più prolifico nella creazione di formule da battaglia sociale.

Dall’altro il premier Monti e il suo esecutivo iniziano la loro opera apostolica di spiegazione della manovra, tatticamente ineccepibile nell’obiettivo di calmare e rassicurare i mercati e l’Eurozona, particolarmente fibrillanti specie in questi ultimi giorni autunnali del Belgio. Il varo delle nuove misure economiche haavuto il discreto esito di rendere più affabile Elsa Fornero – delle cui lacrime evidentemente non riusciremo più a dimenticarci – e meno taciturno Mario Monti, esibitosi in operazioni di glossa di fronte ad un Bruno Vespa sempre più straniante nel ruolo di macchietta di se stesso ma che, perlomeno, riguadagna credito e credibilità in vista dell’arrivo dei prossimi ospiti (situazione curiosa vista la scelta della Rai di non trasmettere la conferenza stampa post-approvazione manovra da parte del Consiglio dei Ministri).

Un terzo esito, al momento in fieri, è che anche il nostro premier sta diventando reale. Gli si chiedeva, apparentemente, di non diventare un politico: sia i cittadini stanchi che i politici consumati gli chiedevano di rimanere au-dessus de la mêlée. Ma forse, parallela, correva da parte dei partiti che gli garantiscono questa maggioranza record una richiesta sotterranea diversa, quando non opposta: che il suo esecutivo diventasse una sorta di quarto polo, utile grimaldello in vista delle elezioni previste al più tardi per il 2013. Monti, non uno stolto, sa che a far politica si diventa politici e che si subiscono le responsabilità politiche, specie quando c’è di mezzo il tanto amato popolo. Esporsi dunque diventa decisivo e fissare un elettorato lo diventa altrettanto. Ed è, aspetto non secondario, l’unico metodo per sanare quel mismatch, quel grosso malinteso tra il reale Mario Monti e la figura del Monti creata dalla carta stampata, il disegno di una vergine da palcoscenico che va protetta dalla tentazione. Citare la saggezza della mamma – per tutti figura di grande risparmiatrice in periodi di crisi sempre utili per rinsaldare i valori fondamentali – è un ottimo passo per convincere un elettorato riottoso ma sensibile al lessico moralizzante. Ma è anche un importante passo verso la zucchificazione, la riduzione del tecnico al partitico, con conseguente perdita dell’aura: quando i cittadini realizzeranno ciò l’effetto Monti – la fiducia quasi incondizionata in lui ricevuta in virtù dello stato di necessità proveniente da Eurolandia – sarà svanito e non più rimediabile.

L’homo novus

Immagine

di Mariano Del Giudice

Mario Monti è da qualche settimana il nuovo volto della politica italiana e, insieme al suo esecutivo di tecnocrati, l’immagine della buona politica rinnovata nel nostro Paese. Il suo garbo, la sua pacatezza con l’immagine di compattezza, competenza e credibilità del suo esecutivo hanno senza alcun dubbio segnato uno stacco definitivo dalla politica che era stata condotta fino a un mese fa dal suo predecessore, Silvio Berlusconi. Niente più barzellette, niente più ottimismo, nessun guaio giudiziario nè vallette per allietargli il dopo-lavoro.

L’ homo novus che ci troviamo davanti in realtà è un calcolatore. Ha esposto, con un’accelerazione sui tempi di marcia previsti, la sua manovra in un pomeriggio domenicale dove buona parte degli interlocutori politici, sindacali e sociali avrebbero avuto poco spazio per contrastarlo e per ottimizzare gli effetti della sua manovra alla riapertura dei mercati il lunedì mattina. A ciò va aggiunto che oggi e domani si terrà il vertice europeo e si è voluto porre nelle migliori condizioni negoziali con duo Merkel-Sarkozy. Mario Monti, grande calcolatore.

Purtroppo anche lui è cascato, come molti dei suoi predecessori, nella trappola del salotto televisivo andando a Porta a Porta a presentare il suo pacchetto anti-crisi. Un salotto che ha come maggiordomo Bruno Vespa, presentatore che con molta sagacia è stato definito “il camerlengo” da Francesco Merlo per la sua naturale predisposizione a sostenere i vari potenti che si succedono nel tempo. In poco meno di mezzora il nostro Vespa è riuscito a far cambiare il metodo di comunicazione che aveva contraddistinto la partenza del nuovo esecutivo col suo atteggiamento democristiano  e ruffiano. Mai quesiti volti a scovare la natura drammatica della manovra, lingua sempre a freno per non disturbare l’ennesimo premier che si è seduto sulle sue poltrone, sempre più interessato a quello che è il lato leggero della vita pubblica di una Nazione. Monti, che aveva parlato più ampiamente della manovra nella precedente conferenza stampa è caduto in modo malinconico nella trappola del salotto televisivo, quello che più volte è stata definito “la terza camera”. Il tecnico è sembrato trasformarsi in politico.

Forse pure questo era calcolato. Mario Monti, premier.

Ottimo calcolatore.