Manovra di palazzo

di Giacomo Verruti

 All’indomani della presentazione della manovra economica targata Monti, si può iniziare a ragionare su alcuni suoi aspetti particolari e su alcuni risvolti politici. Senza fare inutile retorica, è una vera e propria stangata, a che ne dica l’ex commissario Ue, sembrano essere proprio i “soliti noti” a pagare il prezzo più alto, ancora una volta a causa dei veti del Pdl. Vediamo nello specifico alcuni punti interessanti.

Il ritorno dell’Ici è sicuramente il provvedimento più appariscente, assieme alla riforma delle pensioni (sulla quale, tuttavia, non ci soffermeremo qui). Sgombrando il campo dai dubbi: l’assenza di una tassazione, seppur minima, sulla prima casa è stata un’anomalia tutta nostrana negli ultimi anni, frutto unicamente di un calcolo elettorale del centrodestra. Tutto sommato, però, si potevano escludere le prime case dei nuclei familiari meno abbienti, in un periodo di stagnazione e difficoltà di consumo, una tassa in più non fa che lasciar chiusi alcuni portafogli. La vera botta sarà il pesante aumento, da subito, delle accise sui carburanti, che aumenteranno di circa 10 centesimi al litro da subito. A tutto ciò si aggiunge il previsto aumento di due punti percentuali dell’Iva dal giugno 2012, sulle aliquote del 10 e del 21, a copertura della delega fiscale. Tutte misure che penalizzeranno un’enorme quantità di cittadini.

Bene gli sgravi fiscali per l’assunzione di donne e giovani (10.600€ annui, portati a 15.000 per Sud e isole) e le agevolazioni per chi decide di non ridistribuire utili, ma investirli nell’azienda. Potrebbe avere risvolti controversi la decisione (chiesta dall’Unione Europea) per lo Stato di garantire la liquidità delle banche. Cosa potrà succedere in un Paese in cui queste sono, ultimamente, in grosse difficoltà e costrette a pesanti ricapitalizzazioni? Sul fronte liberalizzazioni non può bastare l’estensione delle parafarmacie e la possibilità di vendere farmaci di fascia C; sulla liberalizzazione delle professioni e nuovi poteri all’Antitrust sarebbe servita qualche decisione più incisiva da subito.

La scelta di porre un bollo dell’1,5% sui capitali scudati, a voler essere buoni, è semplicemente ridicola; su questo versante serviva molto più coraggio fin da subito. Ricordiamo che i capitali scudati rientrati in Italia sono stati tassati dal governo Berlusconi di un misero 5 per cento, a differenza di altri stati, i quali hanno imposto ben più severi balzelli per il rimpatrio delle fortune nascoste altrove. È ben chiaro che una simile codardia è palese dimostrazione del ricatto del Pdl e dell’ex premier in primis.

In base anche a queste ultime considerazioni, il risvolto politico di questa manovra è più che mai chiaro: il governo (per ora) è ostaggio delle psicosi del Cavaliere. Di questo ha accettato quasi tutti i diktat: niente patrimoniale, niente aumento dell’Irpef per i redditi più alti, sacrifici sulle pensioni, svendita delle frequenze tv. Solo sull’Ici non c’è stato niente da fare e il caimano ha dovuto cedere, anche se ci viene difficile pensarlo in lacrime, le ricadute d’immagine stanno piovendo copiosamente tutte su Palazzo Chigi. Chi esce a pezzi da questo primo round non può che essere il Pd, che forse confida nel passaggio parlamentare del decreto. Sempre che ciò avvenga, pare molto più che un semplice consiglio quel «Monti metta la fiducia» affiorato ieri sulle labbra di Berlusconi. Mentre la Lega ha gioco facile a lanciare letame sul nuovo esecutivo, l’Italia dei valori si trova nella posizione più scomoda, voler bocciare la manovra, ma paradossalmente poterne ricevere un risvolto negativo in termini di consenso. Gli italiani si dimostrano, infatti, da subito, troppo arrendevoli a dover pagare ancora una volta le scelte errate della classe dirigente; il think tank trasversale che va da Repubblica a Porta a Porta sta agendo potentemente sull’opinione pubblica, rimarcando l’assoluta necessità dell’amaro calice, senza aggiungere che qualcosa poteva esser fatto per renderlo un po’ più digeribile.

Equità e discontinuità sono ancora difficili da scorgere.

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Monti e le sue maschere

di Paolo Greci 

È il contenitore di simboli più in voga del momento tra i giornali italiani: Mario Monti è la nuova e fortunata (re)incarnazione di figure disparatissime: premier; uomo navigato con il piglio dell’egalitarismo sociale; massone; homo novus della scena politica italiana con compito di salvare la società dalla disfatta – al pari della nazionale di calcio negli anni pari -; illustrissimo sconosciuto; rappresentante dei poteri forti, molto forti e fortissimi; tecnocrate-tiranno mandato dalla BCE per punirci e così redimerci, professore con autorità e spazio di manovra non concesso ai normali politici; appunto Professore, per giunta “secchione”, e dunque lontano dalla percezione delle masse; freddo burocrate non eletto dal popolo, necessario e sopportato a denti stretti ma ugualmente sopportato da tutti – quelli di prima compresi, almeno sino alla Vicenza pseudo-basca – perché quello di prima era molto peggio. Un po’ Pericle e un po’ Pisistrato, Mario Monti è ormai più emblema che essere umano, spersonalizzato nella sua natura, maschera bianca celebrata non tanto per il suo merito ma per contrapposizione ad una saturazione cromatica evidentemente durata troppo.

Autorevole e parco di parole come uno spirito indiano, al pari dell’oracolo in Delfi non dice né nasconde: accenna. Capace di leggere nei segni che la divinità mercantile ci manifesta, è stato investito del ruolo di sciamano, ultima ratio dei nostri parlamentari: dove si ferma il razionale nasce il bisogno di un pastore luterano, un prete da vecchio testamento: è suo il compito di valutare, spiegare e porre rimedio all’ira della Dea Finanza, al cataclisma economico, agli spiriti della Borsa.

Nominato in terra italiana nazareno dell’anno 2011/12, Mario Monti gioca la sua battaglia per la tangibilità in due soli giorni: lunedì alla Camera e martedì a “Porta a Porta”. Si muoverà sul filo, nel tentativo di palesarsi come essere palpabile: cercherà di auto-definirsi, di darsi dei contorni, di farsi “vivo”. Compiuto questo passo ne verrà uno più difficile: non sprofondare nell’eretismo. Il Dio a cui crede il popolo è diverso dal suo. E non tutti ricordano che tra i ventinove condannati per stregoneria nei processi di Salem del 1692 c’era anche un reverendo.

Il popolo di Bruno Vespa

di Enzo Giuliani

Gli italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori e ladri. Dopo tangentopoli, ci siamo inventati che il sistema della corruzione diffusa, degli appalti gonfiati, del parlamento sporco, dei nani e delle ballerine, delle mele marce, dei mariuoli, dei Craxi fosse una capitolo chiuso. Abbiamo creduto che un’ infelice fase della storia italiana si fosse conclusa con l’intervento del pool “mani pulite”, tanto da convincerci che una storia nuova stesse iniziando: quella della seconda Repubblica. Sull’effettività di questa transizione, un po’ cialtronesca e molto italiana, si discute ancora. Alcuni sostengono che la prima Repubblica non si sia mai conclusa perché formalmente non c’è stato un cambiamento costituzionale così significativo da farne nascere una seconda, perché gran parte di quei politici implicati in quel rovinoso sistema hanno fatto presto a riciclarsi e sono ancora seduti in parlamento.

Una parte di questi “negazionisti” sostengono che la seconda repubblica nasce oggi, con la messa fuori gioco temporanea dei politici di razza.

Altri asseriscono che il cambiamento epocale c’è stato. Un passaggio graduale ad una forma di bipolarismo (sempre all’italiana), il cambiamento del linguaggio politico determinato dalla discesa in campo del cavaliere Silvio Berlusconi, l’importazione del modello di partito-azienda, del sondaggio come arma letale, l’ostentazione del corpo politico come simulacro di simulacri, la logica pubblicitaria in campagna elettorale, la campagna elettorale permanente e una generale disinvoltura nel farsi i cazzi propri servendosi del potere parlamentare e non.

Eugenio Scalfari sancisce la nascita della terza Repubblica.

Gli italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori, ladri e cialtroni. Ce lo siamo tenuti per 17 anni, questo re dei cialtroni, questo imbonitore di plastica, questo stra-ordinario mediocre. L’abbiamo visto invecchiare nel tentativo di ringiovanire, abbiamo osservato il suo volto prendere le sembianze prima di un Alain Delon della pianura padana, poi di un Citizen Kane alla milanese, per trasformarsi nel Mikey Rourke delle istituzioni. Abbiamo subìto la sua arroganza, le sue offese, le sue gaffes e i suoi cucù internazionali, le sue tirate populistiche, le pesanti prese per il culo della stampa straniera, quei bravi ragazzi dei suoi tirapiedi, i suoi eroi, le sue escort e le sue veline.

Gli italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori, ladri, cialtroni e veline. Ci siamo fatti friggere il cervello dai suoi programmi di intrattenimento, dai suoi quiz e giochi a premi, dai suoi Antonii Ricci, dai suoi reality, dalle sue buone domeniche, dai suoi verissimi e pomeriggi 5, dai suoi Sentieri e i suoi Beautiful, dai suoi film in cassetta, dai suoi culi in prima serata, in seconda, in terza e in retromarcia, dalla seduzione delle sue pubblicità e delle sue merci, dall’inseguimento dei warholiani 15 minuti di celebrità, dal suo revivalismo spinto, dalle repliche delle repliche (che diffondono replicanti), dalle sue Barbare D’Urso e Paole Perego, dai suoi Ezii Greggio, i suoi Enzini Iacchetti e le sue veline mute, anche quando parlano.

Gli Italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori, ladri, cialtroni, veline e creduloni. Ci siamo fatti travolgere dal vortice della sua propaganda ossessiva e surreale, dal suo Forza Italia (che siamo tantissimi), dalle sue dichiarazioni sempre uguali, le sue smentite e le smentite delle smentite, dai suoi predellini, dai suoi Emilii Fede, dai suoi Liguori, dai suoi Minzolini, dai suoi Giuliani Ferrara, i suoi Vittorii Feltri, i suoi Sallusti e i suoi Belpietri, dai suoi talk shows, dal suo “mi consenta”, dal parlarsi sopra, dai suoi dati manipolati, dai suoi indici di gradimento, dai suoi “meno male che Silvio c’é”, dai suoi ministri Brunetta, La Russa, Calderoli, Castelli, Cicchitto, Alfano, Tremonti, Gasparri, Brambilla, Carfagna, Gelmini, Prestigiacomo; dalla sua crisi che non c’è, poi c’è, poi non c’è di nuovo.

Gli Italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori, ladri, cialtroni, veline, creduloni e popolo in crisi. Ci siamo liberati (forse) di questi 17 anni. Ora abbiamo cose più importanti alle quali pensare. C’è il debito pubblico insostenibile, abbiamo una crescita zero, abbiamo lo spread che oscilla intorno ai 500 punti, abbiamo le promesse da mantenere con l’Europa dei Merkozy, dobbiamo rassicurare i mercati, convincere i mercati, ascoltare i mercati, assecondare i mercati, sedurre i mercati, farci guidare dai mercati, cavalcare i mercati.

Gli Italiani. Popolo di santi, poeti, navigatori, ladri, cialtroni, veline, creduloni e popolo in crisi. Popolo di Mario Monti. Popolo di tecnici, tecnocrati, burocrati, professori, economisti, bocconiani. Popolo dell’unica soluzione valida, popolo del “ci salva lui”, popolo della sobrietà, della lealtà, della fedeltà, della competenza, del trolley, delle pensioni, dell’irpef, dell’ici o Imu, del taglio alla sanità, delle privatizzazioni. Popolo che deve presentare la manovra e lo fa a Porta a Porta.

Gli italiani. Popolo dei Gattopardi. Popolo di Bruno Vespa.

Le lacrime di Elsa

di Giacomo Verruti

La straordinaria velocità di produzione delle notizie dei media italiani ha fatto sì che i 18 giorni serviti a produrre la prima manovra economica del governo Monti siano parsi di gran lunga molti di più agli occhi dell’opinione pubblica e degli addetti ai lavori. Si potrebbe dire, fin troppo banalmente, «la politica ai tempi dello spread», incubo che agita le notti degli italiani da quasi 6 mesi ormai; incubo che ha bruciato rapidamente molti degli effetti delle 4 manovre varate dal governo Berlusconi nella turbolenta estate passata. Il nuovo esecutivo all’indomani della nomina ha dovuto quindi barcamenarsi tra gite fuori porta a Bruxelles, ispettori dell’Unione e dell’Fmi in casa e pressanti richieste di una manovra aggiuntiva.

Fin dal primo momento è stato chiaro che i nuovi ministri avrebbero messo mano al sistema pensionistico, vero nervo scoperto per tutti i maggiori partiti. Gli analisi dei flussi elettorali delle ultime tornate ci dicono che sia Pd che Pdl trovano il loro zoccolo duro tra gli elettori della terza età. I democratici devono affrontare il sempre più difficile rapporto con la Cgil (i cui iscritti, come in tutti i sindacati italiani, sono prevalentemente pensionati o prossimi a diventarlo), consci che in qualche modo si dovrà fare cassa e scossi dal dibattito interno tra la corrente liberal e quella più conservatrice. Dal canto suo il Pdl ha storicamente grande successo tra gli ultrasessantenni di ogni estrazione sociale, soprattutto casalinghe, che difficilmente possono mandare giù una pesante stretta sulle pensioni senza un’ulteriore perdita di consenso. Chi sta meglio di tutti, propagandisticamente parlando, è la Lega Nord, strenuo baluardo in estate di ogni modifica delle pensioni, ora all’opposizione potrà godersi il suo «balsamo» e lasciare che l’onere delle scelte impopolari ricada tutto sugli altri partiti e sui tecnocrati.

In mezzo a questo guazzabuglio politico si è speculato per giorni sulle possibili modifiche al regime pensionistico italiano; le recenti uscite pubbliche antecedenti la nomina a ministro, di Elsa Fornero lasciavano presagire un forte intervento verso il sistema contributivo per tutti e un’accelerazione verso l’innalzamento dell’età minima. Così è stato, ma la riforma è ancor più draconiana: abolite le quote, scalone per le donne (da 60 a 63 anni) ed equiparazione anticipata al 2018 (non più al 2026) tra uomini e donne. Il sistema contributivo sulla lunga distanza potrebbe essere il più equo, sta di fatto che migliaia di lavoratori  oggi a un passo dalla pensione, potrebbero veder sfumare il traguardo proprio sul rettilineo finale.

Nella conferenza stampa seguita al Consiglio dei ministri, si è celebrata la catarsi del lungo dibattito sulla materia. Al momento di pronunciarla, la fatidica parola, ˈsacrificiˈ, si strozza in gola al ministro che in lacrime non conclude il proprio intervento; quasi a voler soddisfare la libido dei cronisti, i quali da oggi hanno nuova materia di speculazione onanistica: non più l’algida precisione dei professori, ma l’umanità di chi si assume le responsabilità per il bene del Paese.

Si era detto «lacrime e sangue», la Fornero ha assunto l’onere delle prime, il secondo da domani lo dovrà mettere qualcun altro.