Detabuizzare i tabù

di Giacomo Verruti

Gennaio sarà un mese, forse, decisivo per il governo tecnico. Tante le questioni sul tavolo da affrontare, le cui conseguenze dovranno irrimediabilmente (per noi ottimisti) investire non solo l’esecutivo, ma anche la folta platea di più o meno storditi chiacchieroni che guidano l’Italia da decenni; nella fattispecie: sindacati, lobby varie e partiti. La sensazione che, ancora una volta, ogni spinta verso l’ammodernamento del ciclo produttivo del Bel Paese venga uccisa sul nascere è qualcosa di più di un vago timore.

Veniamo subito al dunque, l’argomento più spinoso è senza dubbio la riforma del mercato del lavoro. Tanti in questo caso i motivi di ilarità. L’unico partito ad essersi mosso concretamente a tal riguardo è il Pd, per assicurarsi che l’impronta progressista fosse ampiamente riconoscibile il partito di Bersani ha presentato in Parlamento ben 3 proposte differenti. Superfluo ironizzare o anche semplicemente soffermarsi su questo aspetto; andando invece sul concreto, l’unico dei 3 progetti a sembrare solido e innovativo è quello elaborato dal giuslavorista Piero Ichino: la cosiddetta flexsecurity. L’idea di partenza è quella di un contratto unico a tempo indeterminato per tutti, in cambio di una maggiore flessibilità in uscita, controbilanciata comunque da una serie di misure volte a rendere le imprese maggiormente responsabili dei costi di formazione e indennizzo sociale dei lavoratori licenziati (motivo dei malumori di Confindustria). La controproposta di Cesare Damiano, detta del “contratto prevalente”, vede invece ben pochi cambiamenti effettivi, anche qui abbiamo un contratto a tempo indeterminato per tutti, ma con un periodo di prova in entrata fino ai 3 anni. Ancora devono spiegarci in quale modo un periodo di prova variabile riduca di fatto il precariato e l’incertezza.

Il nocciolo della questione in realtà è uno solamente: la Cgil e la sinistra più radicale vedono nella flexsecurity un attacco all’articolo 18 (che prevede l’impossibilità di licenziamento senza giusta causa). Posizione legittima, anche se ormai anacronistica e puramente conservatrice. Il più grande sindacato d’Italia dovrebbe illuminarci allora sul come intende una riforma del lavoro che non sia meramente l’arroccarsi sulle posizioni già acquisite; perché questo genere di prese di posizione non fa che perpetrare il dramma del precariato e dell’occupazione giovanile. Oggi più che mai la posizione del sindacato appare vecchia, frusta, un retaggio del passato. I giovani si confrontano con un mercato europeo strutturato diversamente, più mobile, ma allo stesso tempo efficiente.

L’altro fronte scottante è quello delle liberalizzazioni. Su questo versante Monti dovrà fare i conti con le resistenze parlamentari del gruppo Pdl. Non è un mistero che l’elettorato di riferimento della truppa berlusconiana sia composto in buona parte da molte di quelle categorie il cui mercato andrebbe finalmente aperto, sia per diminuire le tariffe (e quindi a tutto vantaggio del consumatore, che avrebbe, quindi, anche più possibilità di consumo), sia per diminuire lo spaventoso tasso di disoccupazione italiano. Ma sulle liberalizzazioni l’esecutivo si giocherà soprattutto la credibilità, interna ed estera. Un governo che si è presentato per attuare quelle misure impopolari che il bipolarismo sfrenato ha impedito negli ultimi 20 anni dovrà trarre le inevitabili conclusioni di un fallimento su questo versante, ancor di più alla luce dei curricula del presidente del Consiglio e del suo sottosegretario Catricalà.

La partita è aperta da troppo tempo ormai, è necessario chiuderla ora, entro pochi mesi; anche per rendere più tollerabili gli ingenti sacrifici imposti dalla manovra. L’opinione pubblica è matura per accettare liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro, Monti deve prenderne consapevolezza e forzare la mano in Parlamento, perché il baratro è sempre più vicino.

 

 

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L’homo novus

Immagine

di Mariano Del Giudice

Mario Monti è da qualche settimana il nuovo volto della politica italiana e, insieme al suo esecutivo di tecnocrati, l’immagine della buona politica rinnovata nel nostro Paese. Il suo garbo, la sua pacatezza con l’immagine di compattezza, competenza e credibilità del suo esecutivo hanno senza alcun dubbio segnato uno stacco definitivo dalla politica che era stata condotta fino a un mese fa dal suo predecessore, Silvio Berlusconi. Niente più barzellette, niente più ottimismo, nessun guaio giudiziario nè vallette per allietargli il dopo-lavoro.

L’ homo novus che ci troviamo davanti in realtà è un calcolatore. Ha esposto, con un’accelerazione sui tempi di marcia previsti, la sua manovra in un pomeriggio domenicale dove buona parte degli interlocutori politici, sindacali e sociali avrebbero avuto poco spazio per contrastarlo e per ottimizzare gli effetti della sua manovra alla riapertura dei mercati il lunedì mattina. A ciò va aggiunto che oggi e domani si terrà il vertice europeo e si è voluto porre nelle migliori condizioni negoziali con duo Merkel-Sarkozy. Mario Monti, grande calcolatore.

Purtroppo anche lui è cascato, come molti dei suoi predecessori, nella trappola del salotto televisivo andando a Porta a Porta a presentare il suo pacchetto anti-crisi. Un salotto che ha come maggiordomo Bruno Vespa, presentatore che con molta sagacia è stato definito “il camerlengo” da Francesco Merlo per la sua naturale predisposizione a sostenere i vari potenti che si succedono nel tempo. In poco meno di mezzora il nostro Vespa è riuscito a far cambiare il metodo di comunicazione che aveva contraddistinto la partenza del nuovo esecutivo col suo atteggiamento democristiano  e ruffiano. Mai quesiti volti a scovare la natura drammatica della manovra, lingua sempre a freno per non disturbare l’ennesimo premier che si è seduto sulle sue poltrone, sempre più interessato a quello che è il lato leggero della vita pubblica di una Nazione. Monti, che aveva parlato più ampiamente della manovra nella precedente conferenza stampa è caduto in modo malinconico nella trappola del salotto televisivo, quello che più volte è stata definito “la terza camera”. Il tecnico è sembrato trasformarsi in politico.

Forse pure questo era calcolato. Mario Monti, premier.

Ottimo calcolatore.

Manovra di palazzo

di Giacomo Verruti

 All’indomani della presentazione della manovra economica targata Monti, si può iniziare a ragionare su alcuni suoi aspetti particolari e su alcuni risvolti politici. Senza fare inutile retorica, è una vera e propria stangata, a che ne dica l’ex commissario Ue, sembrano essere proprio i “soliti noti” a pagare il prezzo più alto, ancora una volta a causa dei veti del Pdl. Vediamo nello specifico alcuni punti interessanti.

Il ritorno dell’Ici è sicuramente il provvedimento più appariscente, assieme alla riforma delle pensioni (sulla quale, tuttavia, non ci soffermeremo qui). Sgombrando il campo dai dubbi: l’assenza di una tassazione, seppur minima, sulla prima casa è stata un’anomalia tutta nostrana negli ultimi anni, frutto unicamente di un calcolo elettorale del centrodestra. Tutto sommato, però, si potevano escludere le prime case dei nuclei familiari meno abbienti, in un periodo di stagnazione e difficoltà di consumo, una tassa in più non fa che lasciar chiusi alcuni portafogli. La vera botta sarà il pesante aumento, da subito, delle accise sui carburanti, che aumenteranno di circa 10 centesimi al litro da subito. A tutto ciò si aggiunge il previsto aumento di due punti percentuali dell’Iva dal giugno 2012, sulle aliquote del 10 e del 21, a copertura della delega fiscale. Tutte misure che penalizzeranno un’enorme quantità di cittadini.

Bene gli sgravi fiscali per l’assunzione di donne e giovani (10.600€ annui, portati a 15.000 per Sud e isole) e le agevolazioni per chi decide di non ridistribuire utili, ma investirli nell’azienda. Potrebbe avere risvolti controversi la decisione (chiesta dall’Unione Europea) per lo Stato di garantire la liquidità delle banche. Cosa potrà succedere in un Paese in cui queste sono, ultimamente, in grosse difficoltà e costrette a pesanti ricapitalizzazioni? Sul fronte liberalizzazioni non può bastare l’estensione delle parafarmacie e la possibilità di vendere farmaci di fascia C; sulla liberalizzazione delle professioni e nuovi poteri all’Antitrust sarebbe servita qualche decisione più incisiva da subito.

La scelta di porre un bollo dell’1,5% sui capitali scudati, a voler essere buoni, è semplicemente ridicola; su questo versante serviva molto più coraggio fin da subito. Ricordiamo che i capitali scudati rientrati in Italia sono stati tassati dal governo Berlusconi di un misero 5 per cento, a differenza di altri stati, i quali hanno imposto ben più severi balzelli per il rimpatrio delle fortune nascoste altrove. È ben chiaro che una simile codardia è palese dimostrazione del ricatto del Pdl e dell’ex premier in primis.

In base anche a queste ultime considerazioni, il risvolto politico di questa manovra è più che mai chiaro: il governo (per ora) è ostaggio delle psicosi del Cavaliere. Di questo ha accettato quasi tutti i diktat: niente patrimoniale, niente aumento dell’Irpef per i redditi più alti, sacrifici sulle pensioni, svendita delle frequenze tv. Solo sull’Ici non c’è stato niente da fare e il caimano ha dovuto cedere, anche se ci viene difficile pensarlo in lacrime, le ricadute d’immagine stanno piovendo copiosamente tutte su Palazzo Chigi. Chi esce a pezzi da questo primo round non può che essere il Pd, che forse confida nel passaggio parlamentare del decreto. Sempre che ciò avvenga, pare molto più che un semplice consiglio quel «Monti metta la fiducia» affiorato ieri sulle labbra di Berlusconi. Mentre la Lega ha gioco facile a lanciare letame sul nuovo esecutivo, l’Italia dei valori si trova nella posizione più scomoda, voler bocciare la manovra, ma paradossalmente poterne ricevere un risvolto negativo in termini di consenso. Gli italiani si dimostrano, infatti, da subito, troppo arrendevoli a dover pagare ancora una volta le scelte errate della classe dirigente; il think tank trasversale che va da Repubblica a Porta a Porta sta agendo potentemente sull’opinione pubblica, rimarcando l’assoluta necessità dell’amaro calice, senza aggiungere che qualcosa poteva esser fatto per renderlo un po’ più digeribile.

Equità e discontinuità sono ancora difficili da scorgere.

Monti e le sue maschere

di Paolo Greci 

È il contenitore di simboli più in voga del momento tra i giornali italiani: Mario Monti è la nuova e fortunata (re)incarnazione di figure disparatissime: premier; uomo navigato con il piglio dell’egalitarismo sociale; massone; homo novus della scena politica italiana con compito di salvare la società dalla disfatta – al pari della nazionale di calcio negli anni pari -; illustrissimo sconosciuto; rappresentante dei poteri forti, molto forti e fortissimi; tecnocrate-tiranno mandato dalla BCE per punirci e così redimerci, professore con autorità e spazio di manovra non concesso ai normali politici; appunto Professore, per giunta “secchione”, e dunque lontano dalla percezione delle masse; freddo burocrate non eletto dal popolo, necessario e sopportato a denti stretti ma ugualmente sopportato da tutti – quelli di prima compresi, almeno sino alla Vicenza pseudo-basca – perché quello di prima era molto peggio. Un po’ Pericle e un po’ Pisistrato, Mario Monti è ormai più emblema che essere umano, spersonalizzato nella sua natura, maschera bianca celebrata non tanto per il suo merito ma per contrapposizione ad una saturazione cromatica evidentemente durata troppo.

Autorevole e parco di parole come uno spirito indiano, al pari dell’oracolo in Delfi non dice né nasconde: accenna. Capace di leggere nei segni che la divinità mercantile ci manifesta, è stato investito del ruolo di sciamano, ultima ratio dei nostri parlamentari: dove si ferma il razionale nasce il bisogno di un pastore luterano, un prete da vecchio testamento: è suo il compito di valutare, spiegare e porre rimedio all’ira della Dea Finanza, al cataclisma economico, agli spiriti della Borsa.

Nominato in terra italiana nazareno dell’anno 2011/12, Mario Monti gioca la sua battaglia per la tangibilità in due soli giorni: lunedì alla Camera e martedì a “Porta a Porta”. Si muoverà sul filo, nel tentativo di palesarsi come essere palpabile: cercherà di auto-definirsi, di darsi dei contorni, di farsi “vivo”. Compiuto questo passo ne verrà uno più difficile: non sprofondare nell’eretismo. Il Dio a cui crede il popolo è diverso dal suo. E non tutti ricordano che tra i ventinove condannati per stregoneria nei processi di Salem del 1692 c’era anche un reverendo.